sabato 20 agosto 2022

Dicerie e pettegolezzi

Vox populi, vox Draghi 

di Massimo Celani e Emiliano Sfara



 Come mai ad un tratto abbiamo rinunciato alla nostra agenda, fatta "storicamente" di eco-sostenibilità, attenzione al clima, alle energie alternative, ottimizzazione e risparmi energetici (compresi quelli sul numero dei parlamentari), razionale, moderatamente etica, europeista e progressista? 
Quella di Draghi non di Falcone o Borsellino. Di un banchiere stimato da mezzo mondo che ha studiato dai gesuiti e poi con Federico Caffè. (Caffé: Do you know?)



Eppure ci è già successo, e di recente, in tutt'altra direzione, per far da spalla alle paranoie di Salvini, con dati truccati e artatamente gonfiati sull'emigrazione, i rifugiati, i Rom, i "clandestini", etc.? Quando abbiamo cominciato a credere alle dicerie, ai pettegolezzi, alle bufale sulle ONG o su Mimmo Lucano e altri centinaia di casi, compreso quello di Bibbiano, che è stato orribile ma che onestamente non può essere riconducibile alla responsabilità di un-partito-uno? Il nostro miglior nemico, a lungo alleato di governo, il PD. Per quale ipersemplificazione diciamo "partito di Bibbiano" o "taxi del mare"  o "i Benetton" (un tempo Luciano Benetton ci piaceva e con quello le immagini colorate e di fratellanza di Oliviero Toscani). Cosa stiamo evocando o suggerendo? Tutto e niente. Dalla qualità dei servizi socio-assistenziali (e parliamo di quelli emiliani, figurarsi quelli di chi vive in Calabria), il controllo sul dispositivo che determina gli affidi, i fantasmi di violenza ("si picchia un bambino" è uno dei casi più noti della letteratura psicanalitica) della scena sessuale, traumatici sia che siano solo suggeriti o accaduti realmente (insomma una questioncella che attraversa tutta l'elaborazione freudiana). Stiamo evocando anche molte altre questioni: formazione e training, accreditamento di istituti, cliniche, lo strapotere di certi avvocati, etc., della fabbrica del "luminare", vale a dire di come si arriva a confidare a occhi chiusi in una persona di scarsissima preparazione o in protocolli terapeutici senza né capo né coda. Figuriamoci se in Emilia si erano messi a fare gli elettrochoc ai picciriddri! Chi mai ha voltuo credere a una cazzata del genere, salvo qualche emulo trash di Salvini?
L'approccio è identico: sia nel caso dei "taxi del mare", che nel "partito di Bibbiano", o in "Radio Soros" (vale a dire Radio Radicale, la bufala - dal sottofondo antisemita - preferita da Casa Pound). Ultimi arrivati "i Benetton", vale a dire una s.p.a quotata in borsa, complessità manageriale e finanziaria oggi 
messa a dura prova da un drappello di semplicioni forcaioli. Con un effetto accessorio non trascurabile: uno di questi sempliciotti è stato a lungo ministro E lo è ancora, anche se in modalità "ordinaria amministazione". 
Per fortuna sembra essersi pentito e ne siamo lieti.

La disinformazione è un virus. 

Molto peggio del Sars-CoV-2. 
Semina sfiducia, paura e bugie. La macchina salviniana, meloniana e di ciò che resta del M5S, eccelle in questo campo. Supportata dalle testate conniventi, quali Libero, il Giornale, La Verità, Panorama, e dei relativi siti, a lungo ha usato falsificare i dati degli sbarchi dei cosiddetti clandestini, alimentando le dicerie sul ruolo delle ONG, considerando "buonismo" tutto ciò che si oppone a tale deriva autoritaria e nazionalista. Aggiunge correttamente Giulio Laroni: "squadrista".
 
La disinformazione si ciba di dicerie e pettegolezzi, in un contesto contro-informativo, paranoico e complottardo. E' il caso particolarissimo di quelli "nè di destra, né di sinistra", che si considerano virtuosi, diversi da tutti gli altri che invece sono necessariamente "subdoli, ingannevoli, sleali e segretamente manipolativi". 
Classicamente, a parte il patologico tratto caratteriale (che oggi diremmo paranoico e putiniano), si tratta di una ipersemplificazione di problemi complessi. La diceria è vox populi: essa esprime cose che la gente desidera, pensa o crede, ma che non è disposta a sostenere esplicitamente 

(…). Insomma, " la diceria ci mette in contatto con una dimensione umbratile della vita sociale, con i bassifondi o le fogne impresentabili del pensiero collettivo".
(Sergio Benvenuto, "Dicerie e pettegolezzi. Perché crediamo in quello che ci raccontano", il Mulino, Bologna 2000). 
Un testo che ha più di 20 anni e non li dimostra affatto. Che andrebbe ristampato, magari con una prefazione di Papa Francesco. 
Con poche integrazioni sulla sua dinamica, oggi prepotentemente telematica.

 “Anche se non è legittimato da un contratto di veridizione, il pettegolezzo 
non è però senza costrutto (...) un carattere eminente della voce è la sua insituabile origine. Suo tratto distintivo è l’assenza di corroborazione. Conosciamo bene i punti di diramazione, spesso luoghi pubblici, caratterizzati da incontri occasionali e fortuiti (file, luoghi d’attese impreviste, raduni collettivi, ecc.) tra attori socialmente disparati, ma non sappiamo la fonte, il primo destinante di cui tutti sono i virtuali destinatari. Non c’è mai un primo soggetto sparlante." 

("Voci e Rumori: la propagazione della parola", a cura di P. Fabbri e I. Pezzini, Versus, quaderni di studi semiotici, n. 79, gennaio-aprile 1998).

Giusta l'associazione d'idee, e la citazione, da Primo Levi: "… io mi accontenterei di fare del pettegolezzo una sorta di tassonomia, cioè di classificazione, come si è sempre fatto con le piante e gli animali".
Salta agli occhi il problema tipicamente italiano di una compagine qualunquista, influente e sovrarappresentata soprattutto nel passaggio dal Conte 1 al Conte 2, vale a dire da un governo di estrema destra, il cosiddetto giallo-verde, a uno moderatamente di sinistra e inficiata dai corposi quantitativi di Maalox resi necessari dai tic, vizi e bandierine dei 5 leghe. 
Con un errore diagnostico originario sulla discontinuità necessaria nel passaggio da un governo all'altro. Supponendo che Conte fosse il garante della continuità, mentre quel punto di scaturigine era da situare altrove, nell'impostura e nella determinazione dei colonnelli nascenti di Di Maio. Capopolitico e deus ex machina, pluriministro e poi ministro degli esteri nella fase più delicata e complessa dello scacchiere geopolitico. 

Che Maurizio Crozza, quando imita lo psicanalista Recalcati, direbbe sagagacemente "ipersalvinico" e che il governatore della Regione Campania 
Vincenzo De Luca, avrebbe definito "fratacchione" (da prendere, of course, col lanciafiamme). Pochezza e miopia delIa logica centrata sull'uomo solo al comando. 
I 5 stelle della fondazione non erano così. Erano pieni di malpancisti di sinistra, di (brava) gente incline al volontariato, al ben fare, sociale e ambientale. 
Quel brodo di coltura "né di destra , né di sinistra" ha determinato il contagio e son diventati cinici e opportunisti. Più tribali e ignoranti dei fascio-leghisti. E con la scusa del post-ideologico e del post-politico, praticamente degli impostori.
 
L'impostore si trova oggi nelle nostre società perfettamente a suo agio: fa prevalere la forma sulla sostanza, mette in risalto i mezzi piuttosto che i fini, si fida delle apparenze e della reputazione piuttosto che del lavoro e della probità, preferisce l'audience al merito, opta per un vantaggioso pragmatismo piuttosto che per il coraggio della verità, sceglie l'opportunismo dell'opinione invece di 
tener fermo sui valori, pratica l'arte dell'illusione invece di emanciparsi attraverso il pensiero critico (...). 

Ecco l'ambiente in cui prospera l'impostura! (...) L'impostore vive a credito, a credito dell'Altro. Sorella siamese del conformismo, l'impostura è fra noi. 
(Roland Gori, "La Fabrique des Imposteurs", UnivNantes, 10 set 2014).


sabato 13 agosto 2022

Così parlò Kamasutra

 

Ou. Riflessioni e provocazioni, volume VI, n.1 ("Groucho Marx. Il Witz come re-inscrizione del limite"), Abramo, 1997


 §


Così parlò Kamasutra

ovvero, Marx nel terziario avanzato





 

 

O quest’uomo è morto, oppure il mio orologio è fermo

Groucho

 

Dopo di ciò, assoluto totale

Anonimo

 

 

“Non ho nessuna difficoltà a nascondere la verità” - disse l’Amministratore Delegato in un memorabile confronto televisivo coi dipendenti già da qualche anno senza stipendio.

Lo Stesso, pochi mesi prima, aveva minimizzato con nonchalance - “ma quale crisi economica, è solo una momentanea mancanza di liquidità!”. Con lo stesso candido tono di preterizione di Pietro Vanni  (suvvia...erano solo merende !), più o meno nello stesso periodo in cui Michele Greco detto il Papa  si chiedeva “in cosa ho mafiato io ?”.

“Non ho nessuna difficoltà a nascondere la verità” sembrò all’epoca un lapsus, un tradirsi lampante, l’irruzione della verità sulla scena. Atto mancato, discorso riuscito. Colui che lascia in tal modo sfuggire la verità - avrebbe commentato Freud - è in realtà felice di gettare la maschera.

Oggi, col senno di poi, aprés-coup, nachträglich (fingendo - al fine di far bella figura - di attingere al sacro tedesco e dunque mal tradotto testo freudiano, oltre che a quello lacaniano), appare piuttosto un enunciato umoristico, un motto di spirito.

La dinamica lapsus > Witz abita il testo freudiano sin dai tempi familionari. “Come è vero Dio, signor dottore, stavo accanto a Salomon Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari.”

Il dubbio mi alberga già dalla giovanile lettura del saggio freudiano sul motto di spirito:

si trattò di creatività di Heine o piuttosto di antenne ben drizzate sull’impadronanza di linguaggio di un anonimo callista e ricevitore del lotto ? Il dubbio era ovviamente piuttosto ingenuo. La testualità non è questione di autore ma di circolazione e di traffico: “essa è ciò che può essere fatto senza che colui che lo fa possa rivendicare su di esso il minimo diritto“ (sto abusando di Blanchot che chiosa le tesi di Eluard sulla poesia involontaria).

 



Che il fattapposta, il come-si-chiama, il parlessere, il manquessere (poiché - santo Lacan - immancabilmente nel linguaggio s’incespica e si manca), resti dopotutto un animale (sul quale il linguaggio è disceso per segnarlo indelebilmente), non determina che quanto segue sia un bestiario. Ché vorrebbe dire stare sulla scia editoriale di chi se l’è cavata fin troppo bene lucrando col moralismo socio (o etno ?) linguistico. E in ogni caso i bestiari non sono che cosa di tutti, anonimi e collettivi best di una poesia sottratta ad ogni appartenenza individuale.

Gli stupidari non sono altro che diari in cui giorno per giorno si annotano sedimenti, precipitati, “dispersioni” e “disseminati” (chimica derridiana), thesaurus di enunciati surdeterminati da parole-tema le quali evidentemente offrono una certa stoffa e nelle quali alcune sillabe possono fare lo sgambetto alle altre (la grazia delle metafore di “stoffa” e di “sgambetto” ovviamente sono di Saussure, Les mots sous les mots).

 

Quanto qui è sedimentato ed offerto è dunque umorismo polifonico di una comunità uditoriale prim’ancora che editoriale, pratica collettiva di slittamento col significante, di chi - abitando il linguaggio e costruendo il mondo con esso - usa servirsi del gioco del significante non per significare qualcosa ma per ingannarci su ciò che ha da significare. Un gioco che pure scivola al senso.


 

Dimentichi di papà Hjelmslev (“la comunità linguistica è libera di introdurre nuovi segni e di abolire segni antichi”), di zio Freud (per il quale ogni atto mancato è un atto perfettamente riuscito) e del nipotone Lacan (“non c’è padronanza”), gli ironici bacchettoni potranno ridacchiare dei sostantivi appiccicati, dei verbi intransitabili più che intransitivi, delle congiunzioni sudaticce e delle forme flesse distese sui binari con intenti suicidi. Ma non è per questo e soprattutto non è per loro - evidentemente duri di comprensorio - questa che Eco definirebbe scorribanda glottogonica. Sintagma misteriosofico che s’impone per potenza evocativa (quel mondo, quel Welt costruito col linguaggio a cui si accennava poc’anzi; quanto al letterale, vada per la scorribanda ma per quel glottogonico ... è lecita l’esclamazione: non ne ho la più squallida idea!).

 

“Raro è quel libro, che non sia un centone / di cose a questo e quel tolte e rapite ...” rappava Salvator Rosa. Qui è da intendere alla lettera e senza marca di negatività. Ma poiché il tono della faccenda resta un poco nel naso, volentieri ridondo: saranno questi e quelli petits rhétoriqueurs helzapoppinoidi, una vispa famigliola di rhétoriciens applicati, alle prese con un grammelot esperantistico, o una mera masnada di rusticoni sul lastrico, con tanto di carotame, cavolame e altro linguistico fastfoodale - così editando, con la scusa di Groucho - da sgombrare ?

So solo che, in quasi dieci anni di esperienza nel terziario feudale, il quartiere abitualmente torsolesco mi apparve dolce di luci.

 

 

 

 

 

Se son fiori fioriranno

ovvero, leggere tra le rime


 

Questa è la scintilla che ha fatto traboccare il vaso

Smettila di fare l’attaccabriglie !

Via San Quasimodo

 

Quanto segue mette in gioco una dinamica poetica. La giusta distanza tra lingua comune e lingua alta, tra il molto al di sopra della medietà e il molto al di sotto. Direbbe Barberi Squarotti che non si può fare poesia se non ironizzandone continuamente la medietà, facendo cioè riferimento costante alla sublimità impossibile, all’eccezionalità ormai vietata.

Ecco la splendida terrestrità - solo apparentemente tautologica - di se son fiori fioriranno  o del sole in bocca (le ore del mattino hanno il). Nella nostra epoca non è più possibile far poesia rispettivamente con la rosa o con l’oro.

Non sfugga - nel primo caso - la citazione del Salmo CIII (Hominis dies sunt similes faeno, sicut flos agri ita florent) e in entrambi i casi la profonda ironia antibucolica, pure presente nella definizione del sempre in agguato molestatore campestre: l’abbracciante agricolo.

Si dispiegano dunque le truppe contro la catacresi, contro la metafora consunta. Tant’è che qualcuno, riferendosi a un processo di consuzione, si spinge a registrare la consunzione della stessa consunzione. Si potrà infatti consuggere con piena soddisfazione dalla scintilla che ha fatto traboccare il vaso. Prova concreta che i vasi infranti della Kabbalà erano e restano pieni di esplosivi. Che vale più quella insipida goccia, surgelata quanto il consunto Bastian (chi era costui?). Il baston contrario suggerisce dunque pure l’evenienza di mettersi sempre tra le ruote.

Sempre sullo stesso versante, segnalo un antonimo che nessun “sinonimi e contrari” potrà mai riportare. Se l’attaccabrighe vuole la rissa, l’attaccabriglie opera - al contrario - per sedare gli animi impetuosi. Ma persino il cheto attaccabriglie non può fare a meno di ribellarsi a quell’insipido aggettivo autoadesivo, a quel pallore da sempre riferito all’idea.

Nei nostri tempi metropolitani, le idee o sono grandi o sono squallide (non ne ho la più squallida idea).

 

 

domenica 23 gennaio 2022

Michele Giacomantonio su ICalabresi


C’è stata una stagione, ormai lontana e inesorabilmente perduta, in cui la Calabria sembrava avere avuto lo sguardo proiettato verso il futuro. Era la prima metà degli anni Ottanta e qui nasceva un’idea che sarebbe stata potentemente pionieristica nel panorama nazionale, quella di dare vita ad una università a distanza. Si chiamava Cud. Una sfida straordinaria per una regione con lo stigma di una terra perennemente in ritardo sulla modernità, ancorata all’immagine di una arretratezza endemica. (...)

21 gennaio 2022

 Presi per il Cud 





 la sede del consorzio a Rende
architetti Riccardo Wallach e Pierluigi Carci




venerdì 21 gennaio 2022

E non c'era nemmeno il Web

 

Smart learning

 

(e non c'era nemmeno il web)
di Massimo Celani, feat. Fedele Paolo 

28 febbraio 2020
in https://turismoelegislazioneturistica.blogspot.com/


le prime copertine dei materiali didattici
con il logo di Bruno Lavergata






La più famosa è stata la Open Universiy, che si appoggiava alla BBC, poi - a cascata - vennero l'Universidad Nacional de Educación a Distancia, la Fernuniversität (Hagen) e il CUD (Consorzio per l'Università a Distanza) all'epoca in cui Antonio Ruberti era rettore  dell'Università di Roma "La Sapienza" e fino al 1992 ministro dell'università e della ricerca. Era un'epoca pre-telematica ma quell'approccio si cominciava a chiamare e-learning, continuing education, insomma complici la RAI e il consorzio Nettuno, si prese a sviluppare la multimedialità con finalità educative e formative. Non a caso il primo direttore del CUD fu Desmond Keegan, un australiano che per ovvi motivi di distanza se ne intendeva. Niente di strano che nel 2020 possa essere la scoperta di un virus a mettere il pepe su un approccio formativo sempre più integrato e multimediale, dal mix di occasioni di studio, formale, non formale e informale, a distanza e faccia a faccia, sempre più smart. 
Come scrive M. Sung: "As an alternative to e-learning, smart learning is intelligent and personalized learning to meet learners' diverse needs and learning styles. It can also improve communication, thinking and problem-solving skills by integrating a new type of e-learning technologies with smart devices". 





Incredibile ma vero: nel telefonino ci sono più cose di quanto ne sognino le nostre filosofie.
Maurizio Ferraris

lunedì 17 gennaio 2022

Nostalgia di Ezio Vanoni

 


26 luglio 1949

Ezio Vanoni osserva che “un certo declassamento della moralità fiscale, […] una legislazione spesso caotica e talvolta ispirata a finalità demagogiche irraggiungibili hanno aggravato notevolmente il fenomeno della evasione fiscale. Fenomeno che oggi si verifica su di una scala preoccupante e che compromette una equa distribuzione dei carichi tributari. In una simile situazione la pressione tributaria diviene vessatoria e veramente insopportabile per gli onesti e per le categorie dei contribuenti che non possono sfuggire all’esatta determinazione dell’imposta per motivi tecnici. […] La evasione […] assume i caratteri di uno strumento di concorrenza sleale, così da compromettere i normali rapporti economici e da spingere sulla strada della frode fiscale una schiera sempre più numerosa di contribuenti” 
(Relazione al disegno di legge presentato al Senato della Repubblica nella seduta del 26 luglio 1949)

chi ha creato il debito pubblico

§

“Organizzazione economica ed organizzazione politica raggiungono il proprio fine quando creano le condizioni perché l’uomo sia se stesso e possa attuare il proprio destino di perfezione in piena responsabilità e libertà. Le vie per la liberazione dell’individuo dalla miseria e dagli ostacoli materiali che lo inceppano sono di tempo in tempo diversi. Ma il fine di ogni azione nella società resta per noi immutabile: fare in modo che ogni uomo possa liberamente tendere a realizzare la pienezza di vita che risponde alla sua natura, e alla chiamata divina che lo sospinge” –

 

E. VANONI, La nostra via. Criteri politici dell’organizzazione economica, Roma, 1947, p.163.
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Nel secondo dopoguerra Ezio Vanoni (Morbegno 3 agosto 1903 – Roma 16 febbraio 1956) ha apportato un contributo fondamentale all’evoluzione del sistema tributario italiano sia attraverso la propria attività scientifica, sia con l’azione di governo. Senatore per la Democrazia Cristiana dal 1948, ricopre il ruolo di Ministro delle Finanze (1948-1954), Ministro del Tesoro ad interim (1951-1952) e Ministro del Bilancio (1954- 1956). Nel 1956 muore dopo aver pronunciato un discorso a Palazzo Madama. Durante la sua attività politica Ezio Vanoni avvia una riforma strutturale del sistema tributario finalizzata al miglioramento dei rapporti tra consociati e Stato e al risanamento dell’erario, depauperato non soltanto dalle vicende belliche ma anche – e forse soprattutto – dall’atavica propensione dei contribuenti a sottrarsi al pagamento dei tributi: in un discorso che conserva tuttora la sua attualità, Ezio Vanoni osserva che “un certo declassamento della moralità fiscale, […] una legislazione spesso caotica e talvolta ispirata a finalità demagogiche irraggiungibili hanno aggravato notevolmente il fenomeno della evasione fiscale. Fenomeno che oggi [1949 – N.d.A.] si verifica su di una scala preoccupante e che compromette una equa distribuzione dei carichi tributari. In una simile situazione la pressione tributaria diviene vessatoria e veramente insopportabile per gli onesti e per le categorie dei contribuenti che non possono sfuggire all’esatta determinazione dell’imposta per motivi tecnici. […] La evasione […] assume i caratteri di uno strumento di concorrenza sleale, così da compromettere i normali rapporti economici e da spingere sulla strada della frode fiscale una schiera sempre più numerosa di contribuenti” (Relazione al disegno di legge presentato al Senato della Repubblica nella seduta del 26 luglio 1949, in La perequazione tributaria, – Quaderni dell’Associazione fra le società italiane per azioni, Roma, 1956, I, 7). Ezio Vanoni è consapevole della necessità di perseguire i propri obiettivi in maniera graduale, mettendo in atto “una sistemazione transitoria […] senza compromettere eccessivamente il gettito delle imposte e senza mettere in pericolo il bilancio nel periodo di transizione” e agendo “con energia, ma con prudenza, frenando impazienze per quanto legittime” (Ibidem, 14 ss.). Ezio Vanoni avvia la sua paziente opera di riforma agendo su più fronti, non soltanto attraverso la correzione della disciplina legislativa (come avvenne, ad esempio, con l’approvazione della tariffa doganale nel 1950) ma anche risolvendo problemi pratici. L’intervento più significativo è rappresentato dalla generalizzazione della dichiarazione annuale e unica di tutti i redditi con la l. 11 gennaio 1951, n. 25, recante “Norme sulla perequazione tributaria e sul rilevamento fiscale straordinario”: con la reintroduzione (cfr. d.lgs. luogotenenziale 24 agosto 1945, n. 585) di questo adempimento periodico ha infatti inizio un progressivo cambiamento nel ruolo di entrambi i soggetti coinvolti nel rapporto tributario. Se dall’Unità d’Italia al Secondo Dopoguerra il contribuente è gravato soltanto dell’obbligo di pagare le somme calcolate dall’Amministrazione finanziaria, a partire dagli Anni Cinquanta egli è chiamato a liquidare il tributo dovuto predisponendo, allegando e conservando una dettagliata documentazione dei fatti fiscalmente rilevanti: la cosiddetta “Riforma Vanoni” ha assunto una portata quasi pedagogica (cfr. G. MARONGIU, L’imposta personale e progressiva nel pensiero e nell’opera di Ezio Vanoni, in Dir. prat. trib., 2000, I, 511 ss.) perché, abituando milioni di 5 contribuenti a interagire regolarmente con l’Amministrazione finanziaria, ha preparato il campo alla tassazione di massa avviata negli Anni Settanta. Per far fronte al controllo di una maggiore mole di adempimenti, è avviato un parallelo processo di riorganizzazione dell’Amministrazione finanziaria, realizzata mediante interventi mirati su sedi (cfr. la razionalizzazione della distribuzione territoriale degli uffici), mezzi (cfr. l’introduzione del meccanografico) e persone (cfr. i corsi di formazione per migliorare la preparazione dei funzionari). Nella visione vanoniana ciò che deve mutare non è soltanto la modalità mediante la quale è assolto l’onere tributario o l’organizzazione della Pubblica Amministrazione, ma anche – e soprattutto – la mentalità dei consociati: Ezio Vanoni vuole che l’Italia passi da un sistema fiscale in cui l’imposta è… “imposta” e si “paga bestemmiando lo Stato”, ad un nuovo assetto che consenta al contribuente di essere conscio della propria “dignità di partecipe della vita statale” e di “esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana”: per usare le parole dello stesso giurista, il contribuente “è legato alla vita dello Stato impositore da una sostanziale identità di interessi: la stessa vita dello Stato e la partecipazione dei cittadini alla vita dello Stato, perché il tributo costituisce fattore di giustizia sociale e in questa identità trova la sua giustificazione in una funzione perequativa”. La rivoluzione copernicana si traduce nel passaggio dal dovere tributario – un impegno inderogabile di solidarietà economica, adempiuto dagli individui attraverso il trasferimento della ricchezza privata alle organizzazioni pubbliche – alla consapevolezza del diritto tributario, vale a dire del diritto che ha ciascun consociato a vedere garantito il proprio benessere attraverso l’erogazione di servizi alla comunità (sanità, istruzione, sicurezza, difesa ecc.) finanziati mediante un prelievo equo e attuato secondo procedure giuste. 

Leda Rita Corrado 
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(...) Nella storica tornata elettorale del 18 aprile del 1948, la DC, guidata da Alcide De Gasperi, alla Camera che al Senato, ottenne il 48,55 e il 48,14% dei voti, mentre il Fronte popolare ne otteneva solo 31% sia Camera che al Senato. Vanoni, Ministro delle Finanze nel nuovo governo guidato da De Gasperi e composto anche da socialdemocratici, liberali e repubblicani, si trovò a dover affrontare un quadro fiscale drammatico. L’inflazione nel 1947 era stata nel complesso del 60%, ma nell’aprile di quell’anno Lugi Einaudi, come governatore della Banca di Italia, aveva bloccato l’espansione monetaria, mediante una severa manovra di stretta del credito, attuata aumento delle riserve obbligatorie delle banche. Poi ne aveva mitigato gli effetti deflattivi consentendo agli esportatori di utilizzare la valuta da loro ricavata, per effettuare importazioni così da attuare una parziale, significativa liberalizzazione degli scambi. Il PIL del 1947 era aumentato in misura molto elevata a causa della manovra einaudiana di liberalizzazione degli scambi, ma ciò aveva generato uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti con l’estero, in quanto il divario fra importazioni ed esportazioni era arrivato a sfiorare il 4% del PIL. L’Italia, in sostanza, aveva un eccesso di consumi e investimenti sul prodotto nazionale, generato dal disavanzo pubblico, che, a sua volta, generava un grave disavanzo con l’estero. In effetti, le entrate tributarie erariali del bilancio statale erano appena il 5,1% del PIL mentre le spese erano 14% del PIL Il deficit del bilancio statale era lo 8,8% del PIL. Nel 1948, il primo anno al Ministero delle Finanze, Vanoni, mediante la riorganizzazione degli uffici e un lavoro attento di miglioramento dei tributi esistenti e dei loro accertamenti, riuscì ad aumentare le entrate erariali di2,8 punti portandole dal 5,1 al 7,9% con un aumento percentuale del 55%! (...)

Francesco Forte, LA RIFORMA TRIBUTARIA DI VANONI. PERCHè ESSA E’ ATTUALE A 6O ANNI DALLA SUA MORTE, Prefazione al libro di Gianni Marongiu,  Ezio Vanoni Ministro delle finanze GIAPPICHELLI, TORINO, 2016, pagg. X-XXII