sabato 4 maggio 2019

Come mai


Come mai all'improvviso Antonio Schiavelli?

"Il mondo esiste perché il libro esiste; 
perché esistere è crescere con il proprio nome" .
Edmond Jabès, I, 25

"Segni e rughe sono domande e risposte d'uno stesso inchiostro".
E. J. Edifico la mia dimora,  I, 23

"Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro,
perché la ferita è invisibile al suo inizio".
Reb Alcé, I, 7




Indice


introduzione? feat. Alessandro Chidichimo


0. I FILE DIMENTICATI
Un progetto di libro

1. LO SPAZIO PARLA.
C'era una volta la prossemica.

2. GLI AGRIMENSORI DELLA COMUNICAZIONE.
Pragmatica della distanza umana.

3. TRANSITOLOGIE DEL TESTO.
Distanze intertestuali.

4. L'EXOTE E L'EMIGRANTE.
Distanze reali, simboliche e immaginarie.

5. IL PAESE CHE MI PARE.
La distanza nell'Erlebnis dell'emigrato.

6. ARU RISCUORDU.
La distanza e la memoria.

7. VERDIGLIONE LONTANO DA CAULONIA.
Le origini della distanza e la distanza dalle origini.

8. COME MAI ALL'IMPROVVISO TUTTE QUESTE RUGHE.
Fotografie della distanza.

9. SEGNI PER L'AVVENIRE.
La distanza e l'antico.

10. FORMA PERENNE.
La distanza e la classicità.

11. FUGA E ATTACCO: DINAMICA POETICA.
La distanza del linguaggio poetico.

12. INTERVALLO
Galeazzo di Tarsia, Paul Klee, Ida Vitale, Edmond Jabès.

13. "I DISTANTI"       
Figure della presa di distanza.

14. INTERTESTUALITA' E INTRASOGGETTIVITA'.   
Luci della distanza.

15. LA TERRA VISTA DALLA LUNA.     
Punti di vista, grandezze, gradi zero.

16. GLI ABITANTI DELLA DISTANZA.
Breve viaggio tra gli antichi.

17. CONTRO L'EMPATIA.
Catalogo provvisorio: Sigmund Freud.

18. IL SAPERE CONTRO LA CONOSCENZA.
Catalogo provvisorio: Jacques Lacan.

19. IL PATHOS DELLA DISTANZA E LA DISTANZA DAL PATHOS.
Catalogo provvisorio: F. Nietzsche.

20. COL DOVUTO RIMBALZO.
Catalogo provvisorio: Carlo Sini.

21. INCONTRI MANCATI.
Nietzsche, Freud, Schnitzler, Jensen, Rolland, Lacan.

22. UN DIO LONTANO.
Simone Weil.

23. UNA SERENA IRONIA.
Roland Barthes.

24. LA METAFORA ACCORCIA LE DISTANZE
Paul Ricoeur, Hans Blumenberg.

25. IL COMPROMESSO LOGICO.
Elvio Fachinelli: tempo e spazio logici.

26. IRONICI, NEOCINICI, SAPIENTI.
Nuove adesioni al partito della distanza.




A sinistra la foto di Paul Strand scattata nel 1955 a Luzzara.
A destra la stessa persona fotografata vent'anni dopo da Gianni Berengo Gardin.

Cesare Zavattini e Paul Strand, Un paese, Einaudi, 1955
Cesare Zavattini e Gianni Berengo Gardin, Un paese vent'anni dopo, Einaudi, 1976


Come mai all'improvviso tutte queste rughe?


0. I file dimenticati
Un progetto di libro



Da qualche anno ho la chiara percezione di invecchiare. E se non sono comparse vere e proprie rughe, sono arrivati i capelli bianchi e gli occhiali. Ecco, potrei dire: come mai all’improvviso tutti questi occhiali? Da qualche anno sono diventato l’agrimensore di una distanza: quella dalla lente destra a quella sinistra. Superati i cinquant’anni, misuro la distanza tra le rughe che non ho. Almeno all’esterno.

Assemblo oggi, come se fosse un libro, testi che mi hanno tenuto compagnia dal 1990 al 1993, file dimenticati che mi hanno a lungo guardato dal desktop. Più altri sperduti, schierati in bell’ordine in qualche directory, che invocavano un “clicca su di me”, “no su di me”. Così riportandoli alla luce diurna, quella del foglio, al fine di strapparli al buio dell’hard disk, rendo loro giustizia come se fossero testi rinchiusi in una cella buia (“giacere nel cassetto” in questi nostri tempi digitali non si può più dire). Oppure, scenario forse più probabile, rendendoli disponibili con un e-book o con altro tipo di collegamento telematico, comunque consentendogli una mezz’ora d’aria (che è più o meno il tempo occorrente per una scorsa veloce come per una passeggiata al guinzaglio). Così confessando un punto di partenza claustrofobico.
Questo per dire che si tratta di tracce, di spunti, di fili, senza fantasmi di autoconsistenza o di esaustività, che altri mi auguro raccoglieranno.
Harold Bloom diceva che la letteratura è fatta da interpoeti. Chi scrive la prefazione è uno di questi. Soprattutto per lui e per qualche altro talentuoso come lui ho preparato questo quaderno d’appunti.

PS

Come mai all’improvviso tutte queste rughe? 
La distanza da noi stessi

Il titolo l’ho rubato a Vincenzo Bonazza, il sottotitolo a Ettore Perrella.

Occorre pure ringraziare Salvatore Piermarini per le foto di Strand e Berengo Gardin, Gianmichele Candelise per le foto di Saverio Marra e di Marialba Russo, Fedele Paolo per avermi costantemente incoraggiato a pubblicare quei file dimenticati.

(Marzo 2008)


§ § §


Cosa è qui?
(...)
Questo per dire che in questo testo (un'antologia? un saggio? un ipertesto?) la questione telematica - o più in generale tecnologica - resta fuori sperando forse che sia il modo migliore di parlarne e di affermarne, nonostante tutto, la seduzione.
E’ omessa perché viene in qualche modo rappresentata, messa in scena: nel, modo, intertestuale e polifonico, che lo situa nei paraggi di un forum.
L'intento è di un'antologia o - meglio - di un florilegio che possa servire a una teoria della distanza prima di ogni telematica, ma anche prima di ogni nuova poetica, di una nuova epistemologia, di una nuova didattica. Soprattutto di quest'ultima mi piacerebbe sfatare la "fatale" interruzione del rapporto inter-soggettivo e il conseguente fantasma, che agita un po’ tutte le istituzioni che si occupano d'insegnamento a distanza, di "reintegrare le condizioni dell'atto educativo strutturalmente e fatalmente spezzato" (Desmond Keegan, Consorzio per l’Università a Distanza, 1989). Insomma, ovunque si guardi, questa contiguità, nella trasmissione del sapere come in altri campi, non la si trova mai. Del tutto, non si smette d'imbattersi in legami spezzati, in comunicazioni interrotte, in siderali distanze: costituendo, tutt'altro che un limite, veri e propri punti di forza. Ho così cercato di rintracciare un po’ di abitanti della distanza, senza pretese di esaustività e lasciando fuori da questa specie di repertorio Jean-Luc Marion, che si occupò della distanza nelle icone della divinità. Ci si è limitati a cercare di rimettere insieme un po’ di disiecta membra di pensieri d'altri. Con un montaggio che, mi piacerebbe avesse il sapientissimo background di un Ceronetti (ricordate il "suo" Il silenzio del corpo?), si limita a una parziale e arbitraria ritessitura di testi che a volte sfiora il metodo paranoico-critico di Dalì. Puro gioco d'intertestualità, dinamica di prossimità presenti e impensate lontananze e dei loro rispettivi capovolgimenti. Anche se traspare un certo amore per le distanze, sempre riconosciute, coltivate, a volte mantenute, mai del tutto azzerate; e - al contrario - un certo fastidio per il culto della prossimità, delle scorciatoie del tipo "diamoci del tu"; non si tratta propriamente di un'ipotesi forte che si direbbe già in partenza gratuita e debole, quanto di un modo - che si direbbe freudiano - di costruire attraverso, prendendo i testi per sintomi e soprattutto per amici. Esasperando la primaria virtù del vocabolo. Che è - come scrive Jabès - quella di aver legami. Ma senza troppo pathos: il vocabolo "legàmi" come si trattasse di giochi d'influenze, interdipendenze e surdeterminazioni, tra quartieri. Come se si trattasse di un'urbanistica senza troppe speculazioni.

 (Giugno 1993)

§ § §






1. LO SPAZIO PARLA

C'era una volta la prossemica

(...)









2. GLI AGRIMENSORI DELLA COMUNICAZIONE

(Pragmatica della distanza umana)


(...)

Ricorderei di passaggio, a mo’ di emblema, il film "clinico" di Aaron Esterson (1975) intitolato: "Lo spazio fra le parole: la famiglia". Al contrario della semplice ingiunzione contraddittoria, notano gli studiosi di Palo Alto, in cui si sceglie una alternativa e si perde o si patisce l'altra alternativa (ma si offre almeno la possibilità di una scelta logica), l'ingiunzione paradossale fa fallire la scelta stessa innescando una serie oscillante e autoperpetuantesi. L'ingiunzione paradossale è il cosiddetto doppio legame. Vale a dire una trappola. Come la si può evitare? Semplicemente, con mossa ex-centrica, ponendosi alla giusta distanza e dunque metacomunicando. Ponendosi cioè al di là della trappola e sviscerandone il meccanismo perverso. Notava Giovanni Vailati che per designare qualcosa del genere gli scolastici utilizzavano il termine exponibilia (sofismi già considerati negli Elenchi aristotelici) che consentiva loro, senza distinguere un linguaggio oggetto da un metalinguaggio, senza cioè l'equivoco mantenuto da Wittgenstein, Carnap e Tarski, di rifiutarsi di prendere in considerazione quei dilemmi riconosciuti come insussistenti ma non di certo come patogeni. “In principio era la retroazione”. È questo l'enunciato meta-ghoetiano del fronte dell'organizzazione, con l'armamentario sistemico tanto lontano dalla sottigliezza e dalla precisione di un Bacon: “Le parole, come l'arco dei tartari, colpiscono all'indietro sul nostro comprendere”; e il modello più che circolare sembra essere quello dello strep tease; a giudicare dalla passione per la demistificazione, per lo svelamento dell'inganno. Come accorgersi che una metacomunicazione deve supporre l'esistenza di una comunicazione piena che o non esiste o è terrorista? Suvvia, solo quando è un cane a ringhiare ad un altro cane possiamo star certi che si sono compresi. Impossibile intendere dunque il fatale spezzarsi della comunicazione e che non c'è metacomunicazione perché non c'è metalinguaggio. Sul linguaggio non si parla, come hanno abbondantemente dimostrato Lacan e Miller. Figurarsi poi che credito possono avere, in siffatto background, le complicazioni per cui “l'emittente riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita” o che il soggetto è costituito retroattivamente dagli effetti di significante o – peggio ancora - che proprio dal fraintendimento, vale a dire dai mille quotidiani pseudo-doppio legami, deriva la verità. Ma queste sono sottigliezze e sofismi, per chi è preso dalla fabbrica di prontuari per la sana comunicazione e per il realizzarsi dell'individuo.


Come Peirce sentì il bisogno di coniare il termine “pragmaticismo” per prendere le distanze (una prossemica della teoria?) dal pragmatismo divenuto nel frattempo meschinello e psicologistico, così occorrerebbe che gli sforzi analitici racchiusi in questo libro, forse ancora attuali, venissero considerati a prescindere di certe ideologie spacciate come presupposti teorici e soprattutto a prescindere dalle applicazioni cliniche (poi neanche tanto funzionanti - così per pura empiria - nei casi di anoressia). Mi riferisco a chi elegantemente è passato da una teoria “della famiglia che uccide” a una pratica di accomodamento rispetto alle proprie famiglie di origine. Insomma, la famiglia, sempre ipostatizzata, fa ammalare e fa guarire. E se non è un doppio legame questo!

Occorre aggiungere che il cuore della pragmatica ha al suo interno una valenza etica che, anche se strangolata da un “sarebbe bene che fosse” che si balocca fra una comunicazione buona e una cattiva, potrebbe rientrare nel progetto barthesiano di una teoria del linguaggio, “una metodologia che permetterebbe di aggiornare i processi di appropriazione della lingua e di studiare la proprietà dei mezzi di enunciazione, qualcosa come il Capitale della scienza linguistica”.

Diceva - se non sbaglio - Arpino che l'uomo è dato dalla somma delle parole che riesce onestamente a usare. Se aggiungiamo le complicazioni dovute alla constatazione che sono piuttosto le parole a usare il parlante, definito con somma precisione “parlessere” (parletre) da J. Lacan, e ci troviamo davanti a un'altra pragmatica, a un'altra teorica, a un'altra politica del linguaggio. Quali sono le onestà del discorso che, nelle vesti di effetti di significante, disonestano l'uomo fino a incatenarlo?






3.TRANSITOLOGIE DEI TESTI
(Distanze intertestuali)

A questo punto occorrerebbe passare a una disamina della prossimità destinatore/destinatario e subito dopo di quella intercorrente tra i testi. Più in dettaglio, ma solo come possibile diario di lavoro:
- la distanza tra significato e significante (“il significante è innanzitutto ciò che ha effetto di significato, ed importa non elidere il fatto che tra i due c'è qualcosa di sbarrato da oltrepassare” - J. Lacan, “A Jakobson”, Seminario del 19.12.72);
- la distanza interna al parallelismo secondo Greimas. Vale a dire se per caso si tratti di scudocrociate convergenze parallele la “co-occorrenza” del discorso fonetico e del discorso semantico in un testo;
- la distanza o comunque la non coincidenza tra enunciato e enunciazione;
- la distanza tra gli elementi interni al testo (intratestualità);
- la distanza (cioè gli sviluppi o gli arretramenti) tra i testi dello stesso autore (intertestualità interna);
- la distanza tra testi di autori differenti e di epoche differenti (intertestualità esterna);
- il campo d'interferenze tra testo e contesto, e via allargando lo spettro e la misura.
Così facendo questo scritto guadagnerebbe in rigore, specialismo e pedanteria. Nella esplorazione di tutti i tragitti, catturato da un fantasma di esaustività, e nella declinazione degli universi possibili centrati su di essa.
Costituendo, come se non bastasse, un ulteriore preambolo a quanto mi preme, non sostenere (ché non vi è nessuna ipotesi forte), ma fare. E cioè un notes poetico, un catalogo delle distanze e degli autori che vi hanno girato intorno, a volte consapevoli a volte no, a volte “fenotesto” a volte “genotesto”. Compiendo una traversata che cercherà di costituire un florilegio.

Mi accontenterò dunque di un discorso secondo, basato sul rispecchiamento, giacché il presente scritto non fa che accostare, tagliare, incollare, tracciar vettori tra testi differenti. Mi piacerebbe fosse sul calco di una topologia, ma -ahimè- non è così neutrale e matematico. Mette in gioco pure una faziosità, una reazione all'ideologia umanistica del “volémose bene”, dell'empatia e dell'azzeramento delle distanze. Mette in gioco pure una mensura. O meglio, due. La prima non riesce a sottrarsi alla constatazione che il pensiero di Freud e - per esempio - di un Bateson hanno portate (un altro vocabolo della distanza) diverse. La seconda, senza giudizio di grandezze, si limita a misurare, in termini di vicinanza/lontananza, autori testi e saperi che qualche sentinella universitaria vorrebbe ancora divisi da improbabili confini.

Dicevamo poc'anzi della distanza tra testi. O meglio - per fare un po’ di corpo - tra libri. In debito con le meravigliose biblioteche borgesiane, un'analogia viene in soccorso: se son lì tranquilli a toccarsi senza complessi, dorso a dorso, quarta e prima di copertina, accatastati in ordine sparso o ordinati in scaffale, vuol dire che l'incontro dei testi rispettivi non solo è possibile, quanto non smette di effettuarsi. Queneau in “Icaro involato” (Le vol d'Icare) ne rappresenta il colmo, con tutto quel fuggi fuggi di personaggi dai romanzi di un geloso gruppetto di scrittori. Un parapiglia esemplare di fughe, incontri, furti, influenze e rapimenti. Strada poi seguita da Woody Allen nella “Rosa purpurea del Cairo” e da Maurizio Nichetti in “Ladri di saponette” e poi in “Volere volare”. Certo c'è della ricorsività, c'è qualcosa di matematico in quelle strutture da fuori-spazio; e che si tratti di paradossi non sposta un granché, risultando alla fine del tutto trascurabile. Evidentemente nulla vieta che si scappi dalla cornice, dal genere, dal libro, dal film. Quel che conta è il tragitto. Il transito, direbbe Perniola. Già Butor parlò - non senza efficacia - di una iterologìe: il porsi della letteratura come viaggio, come lento processo di avvolgimento nel testo. E Serres, com'e risaputo, molto deve alla navigazione se la sua poeticissima epistemologia fa mappa di qualcosa, fossero pur solo turbolenze .
E prim'ancora Plinio, Mandeville, Defoe, Swift, Borges - solo per dirne qualcuno - e non dimenticando Kant. Il viaggio si compie attraverso i libri, non attraverso lo spazio, in un tempo impercettibile. Una “transitologia”, sempre da preferire a qualsiasi prossemica giacché non c'e vicinanza, non c'e prossimità ad ogni costo ma pura distanza. Una scienza dei transiti trabocca di transfert, di trasmissione del sapere, di itinerari artistici e intellettuali, di slittamenti, di dinamica delle cose e delle parole.





4. L'EXOTE E L' EMIGRANTE
(Distanze reali, simboliche e immaginarie)

Ovviamente, se Kant non si è mai mosso da Könisberg e ha viaggiato attraverso i libri, in particolare attraverso le cronache di viaggio e di viaggiatori, c'e chi ha viaggiato una vita. Realmente. C'e chi, per una qualche forma radicale d'insofferenza rispetto al proprio presente spaziotemporale o per una qualche curiosità tirannica oltre che di formato extra-large, la distanza se l'è prescritta da sé (ad esempio Gaugin); c'è chi la distanza l’ha subita (è il caso di tutta la letteratura dell'esiliato, del confinato, dell'emigrato).
Anne Marie Sauzeau (Il Manifesto, 27 Luglio 1989) ricorre alla teoria dell'esotismo di Victor Segalen per commentare l'amore di Gaugin per Tahiti. Proprio pensando a Gaugin, Segalen sogna la parola “exote”, opponendola allo “stato caleidoscopico del turista”. “La forte individualità dell'exote vive intensamente la propria reazione all'urto di un'altra realtà, oggettiva, di cui egli percepisce la distanza”. Un exote come Gaugin è fuori (ex) e fuori rimane, in una distanza vertiginosa e produttiva, che gli consente di far parlare l’Alterità, senza assestare il proprio esilio in un'altra appartenenza. Interessante sarebbe poi analizzare una via di mezzo; il turista pentito e guadagnato alla causa dell'esotismo per incidente, per “cattura”: e il caso di Debra Winger, che sul set di “Un tè nel deserto", prende una cotta incontrollabile per il deserto, la sua atmosfera e i suoi abitanti, e comincia ad abitare una terra di nessuno, divisa - non senza sofferenza - tra i Tuareg e il suo ambiente abituale (sul calco delle vicende di Bowles e di tantissimi altri presi dalla malattia del deserto).

Un'altra dimensione esotica, un'altro modo di abitare la distanza, è rintracciabile nell'emigrato. A Gaugin mi piace contrapporre una curiosa esperienza di migrazione di lingua, quella di Vincenzo Bonazza, disoccupato calabrese divenuto prima operaio poi scrittore, in una partita giocata tra la Calabria, la Svizzera e la Germania.
Bonazza si reca “alà, alà, alà frabbrikrà” e forte di un'esperienza forte (“sancue, sancue, sangue”) come i veri “bbifolki colle crafatte ala storta”, si autorizza all'abbandono e al ricordo del mix delle nenie, degli adagi, dei detti, perlopiù calabresi. Ricordati, reinventati e coniugati ad elementi linguistici francesi, spagnoli, germanici, insomma alle tracce delle emigrazioni altrui. Il suo Lemigrante (Dedalo, 1976) sa che ciò che conta - freudianamente - è il ricostruire non la reviviscenza. Intendendo che la distanza è questione eminentemente temporale e di linguaggio, e che il tempo delle nenie, dei motti, degli scherzi, insomma della lingua dell'infanzia, ritornano - a distanza - in un altro tempo. Quello della scrittura. Pratica elettiva per misurare il tempo vale a dire la nostra distanza da noi stessi. Sa pure che senza quella Svizzera “vaccara e orologiaia, quella the lincia gli emigrati e fa pagare le spese processuali ai morti di Mattmark” (come scriveva con splendido furore “Il Manifesto” di altri tempi), senza Svizzera non ci sarebbe stata alcuna pratica di scrittura. In ogni caso, in ogni caso di extravaganza (di cui Gaugin e Bonazza rappresentano - nel loro strambo accostamento - le due polarità, i limiti del range, dell'escursione) l'emigrazione, che sia reale, immaginaria o "di lingua", è necessaria. Fa sì che s'incontri l'estraneo, lo straniero, l'Altro. Che è sempre un Alter-Ego (questione ripresa nel paragrafo dedicato all'intrasoggettività). Vi e poi un'altra lontananza, un'altra emigrazione, agli antipodi di ogni travaglio della soggettività; tema machiavellico, moderno e mondano, dell'arte della sparizione, tecnica (e strategia) dello star lontano, precisato da Baltasar Graciàn e sicuramente ancora più antico. Tema del "dosarsi", cioè del calcolo e della pianificazione delle pubbliche apparizioni, di una tale attualità (uno dei cardini delle logiche dello star system) che ne meraviglia ogni possibile retrodatazione. “Mi si nota di più se …”, Nanni Moretti sul punto è stato ironicamente definitivo.

“Sapersi servire della lontananza, o per ottenere rispetto o per acquistare stima. Se la presenza sminuisce la fama, la lontananza l'accresce. Qualcuno che, stando lontano, fu tenuto in conto d'un leone, essendo presente si ridusse al ridicolo parto della montagna. Le qualità perdono lucentezza se si toccan troppo, perché se ne vede prima la scorza esterna che l'intima sostanziosa essenza dell'animo. La fantasia giunge più lontano della vista, e l'inganno che di solito entra attraverso le orecchie, esce poi dagli occhi. Chi sa mantenersi nel centro dell'opinione che gli altri han di lui, conserva la sua reputazione; anche la fenice si giova dei luoghi remoti per mantenere il decoro, e del desiderio che la sua assenza suscita per conseguir la stima.” (Baltasar Graciàn, Oracolo manuale e arte di prudenza, trad. di Antonio Gasparetti, pp. 162 - 163).





5. IL PAESE CHE MI PARE
(La distanza nel vissuto dell'emigrato)

cfr.



(continua, forse)






Quota 100




Quota 100
La distanza da noi stessi

di Alessandro Chidichimo


"Segni e rughe sono domande e risposte d'uno stesso inchiostro".
Edifico la mia dimora )[1]


Ragioni introduttive.
La ragione per cui non credo che potrete rinunciare alla lettura di questo libro[2] è che questo libro fa testo di ciò che è sempre tra noi ma è del tutto invisibile. E di altro che è su di noi ed è visibile solo agli altri: uno spettacolo che portiamo in tournée nel nostro peregrinare quotidiano. Questo libro parla di distanza. Di distanza e di rughe. Questo libro parla dell’illusione del ricordare e del dimenticare ciò che ricordavamo perché oggi diciamo cose diverse anche quando parliamo delle stesse cose di un tempo. Questo libro parla del tempo che si mette di traverso tra un significante e un significato. Parlando sempre delle stesse cose, ma non volendo sapere ciò che si sta dicendo come qualcosa di già detto. Ritrovamenti di frammenti di ciò che eravamo e che non riconosciamo più.


Da bambino, 
quando scrissi per la prima volta il mio nome,
ebbi coscienza di iniziare un libro
Reb Stein

Cominciamo dall'essere distante.
Che cosa sarebbe la distanza? Il rischio è di complicare sempre di più una possibile spiegazione, ma per parlare di qualcosa che non esiste, come appunto la distanza, dobbiamo per forza usare una incerta quantità di parole che facciano da contrappeso all'assenza. La distanza in quanto entità è il rapporto che c’è tra due punti di riferimento. La distanza è la differenza. Da qui a lì. Da questa lettera a questo punto. E per prima cosa da questa figlia appena nata a questa madre.
La distanza di cui parla questo libro, però, non è il tipo di distanza che c’è tra casa vostra e il fruttivendolo in fondo alla strada, o almeno non solo di quella. La distanza, ovvero il rapporto differenziale, qui è (abbastanza) immateriale – non si misura né con i metri né con i passi – o meglio è materiale QB (quanto basta) per ciò che serve e per la sua natura. Da A a B e a volte solo da A ad A. Da qui a qui.
Il testo è organizzato come un continuo rimando, un continuo misurare. Come una scrittura della distanza (e quindi una doppia distanza) che non si accontenta di essere ciò che è e corre all’impazzata da un punto all’altro, da un segno all’altro. “E’ tardi, è tardi” insieme a “Non è mai troppo tardi”. Come una scalata senza seguire una mappa del percorso ma fermandosi dove si trova maggiore agio, ma sempre brevemente e sempre con lo sguardo rivolto verso l’alto. E’ un notes poetico, come dice Massimo Celani. Appunti presi e raccolti in virtù dello spostamento consentito dal taccuino e dalla natura della scrittura: sempre come luogo da raggiungere e sempre come fuga/ritorno. Pagine da scrivere, tempo da riempire.





Continuare con le rughe: invecchiare.
Alcuni studiosi che si occupano dell’invecchiamento hanno ritenuto fissare la soglia della vecchiaia, età di cui le rughe sono testimoni eccellenti, non già in funzione della vita trascorsa dalla nascita (60 o 65 anni), ma in funzione di quella residua, ossia del numero di anni (n) che in media un individuo può aspettarsi ancora di vivere. Secondo questo criterio, scegliendo per esempio n=10 l'età di soglia si è spostata in avanti: era di 65 anni per entrambi i sessi nel 1901, è passata nel 1990 a circa 73 anni per gli uomini e 77 per le donne (Istat, 1993). [3]
In pratica questo approccio considera il dato dell’età partendo dalla fine della vita e non dall’inizio. Ovvero se la media possibile di vita è di 100 anni e un uomo ha 30 anni, allora il diligente ricercatore segnerà sul suo taccuino nero che quell’uomo ha n=70. Un conto alla rovescia prima della dipartita, insomma.
Cifra che si fonda non sull’avere, ma sul mancare e sull’assenza. Non sull’essere e l’andare verso, ma su ciò che già si è e sull’impossibilità di andare da qualche parte. Questi studiosi è come se intendessero trovare un cadavere tutto rugoso e da lì cominciare a fare censimento dei segni come degli anelli nel tronco di un albero. Al contrario la vecchiaia e i suoi indizi, come le rughe, seguono il percorso inverso. Le rughe sono segni che sedimentano e solcano giorno dopo giorno il viso, il collo, le mani, gli occhi. E’ l’inchiostro che finisce e allora non resta che scrivere incidendo la carta.



Massimo Bordin, la voce di radio radicale

Mutabili e immutabili.
Una definizione di invecchiamento da un dizionario: modificazione della struttura fisica chimica di una sostanza. In breve invecchiare è cambiare, restando sempre però quella sostanza. Più cambi e più dovresti essere invecchiato. E il tempo che si resta vivi è lo spazio della possibilità dei cambiamenti. Invecchi se fai esperienze e non se resti a casa aspettando di invecchiare o almeno invecchi in modo diverso. Ci sono quindi diversi modi di invecchiare, diverse qualità di invecchiamento. Diversi modi di cambiare. Perché è il tempo allora che è segnato dai cambiamenti per cui posso seguire dei riferimenti rispetto a ciò che era prima. Il tempo per una persona è segnato dai cambiamenti che porta addosso: dalle sue rughe. E di contro nel tempo avvengono questi cambiamenti.

Ferdinand de Saussure parla di “vita semiologica” dei segni. Dove la parola vita assume un significato tutto speciale per quanto riguarda la nostra discussione sulla distanza e sulle rughe. “Il segno è in condizione di alterarsi in quanto si continua. Ciò che domina in ogni alterazione è la persistenza della materia antica; l’infedeltà al passato non è che relativa”. E ancora: “Il tempo che assicura la continuità della lingua, ha un altro effetto, altera i segni nonostante questo stesso fattore. Mutabilità e immutabilità sono due fatti solidali”. E infine: “Quali che siano i fattori di alterazione, agiscono essi isolati o combinati, sfociano sempre in uno spostamento del rapporto tra il significato e il significante”. Uno spostamento in un segno.








I segni secondo Saussure, allora, sono soggetti a cambiamento. E cambiano proprio perché all’interno del sistema lingua un fattore determinante è il tempo. Lo stesso tempo che ne garantisce la continuità. I segni di una lingua sono segni storici. Vivono tra gli uomini, la massa parlante, e nel tempo. Come un abitante tra gli altri la lingua si sposta con le popolazioni e ne vive gli stravolgimenti quotidiani. I segni di una lingua proprio come gli uomini si consumano, vivono e poi infine muoiono? Hanno le rughe, i segni? I segni con il passare del tempo crescono, diminuiscono, si aggiungono, scompaiono, scavano solchi: che cosa succede ai segni con il passare del tempo?


Charles Sanders Peirce afferma che “(-) la parola o segno che l’uomo usa è l’uomo stesso” e ancora che “L’uomo è un segno“. Gli uomini come i segni hanno una vita. E se gli esseri umani invecchiano e sono segni, allora i segni invecchiano. Sembrerebbe facile. Allora la distanza sarebbe il rapporto che c’è tra un segno e l’altro. Tra un uomo ed un altro uomo, tra un luogo e un altro luogo. Tra l’essere un uomo e l’essere un altro uomo. E ancora le rughe sarebbero l’apparizione delle infinite passeggiate dei segni, ovvero il solco lasciato dal loro passaggio e del loro andare in giro per il mondo, della loro vita infine. E quindi sono i segni che consumano. E’ il nostro stesso essere segni che ci consuma. La distanza dalle parole.


Ognuno scrivendo si pone di fronte a un metro per misurarsi. Le parole e il modo di tessere l’inchiostro sulla pagina sono segni che restano del proprio passaggio. In piedi a leggere il tempo segnato da uno gnomone, a volte con le spalle appoggiategli contro per trovare sostegno, altre a prendere l’ombra e cercarne riparo. Tutti comunque a cercare la propria misura, le proprie buone parole per dire qualcosa a rischio di essere fraintesi, che il sole giri disorientandoci e così l’ombra lasciandoci con il capo a scottarsi.


Ma che cosa dovremmo intendere per buone? Quando una parola è buona? Potrebbe essere buona se rendesse bene l’idea di ciò che vuole dire. Ovvero se facesse intendere altre parole più chiare di quelle usate precedentemente. E potrebbe essere buona se fosse fedele ai fatti. Se non fosse distante da una verità. Tutte queste proposizioni rimandano a una sola dinamica: quella della distanza appunto. Fedeltà, chiarezza, verità fanno gruppo con una lettura di vicinanza maggiore o minore a qualcosa non bene identificabile che segna la misura da raggiungere, il riferimento per stabilire quanto lontano o vicino siamo andati con le nostre parole. Potremmo riformulare così l’argomentazione. Una parola è buona se si lascerà comprendere da qualcuno che si troverà a una distanza in qualche modo utile a una interpretazione. Se qualcuno la prenderà sulle spalle portandosene il peso e la qualità. Assumendosi la responsabilità e le possibili conseguenze di ciò che ha letto, di ciò che ha inteso. Tanto che le parole ci sorreggono nelle nostre argomentazioni, sulle nostre gambe. Segni che portano segni.


Nel momento in cui scriviamo le parole sulla carta e sul monitor del computer, non ci appartengono più. Diventano immediatamente passate e libere di andare a farsi leggere, scrivere e interpretare. Restano però proprio come le rughe una tacca nel tempo che è passato e il ricordo di un luogo attraversato. Ogni parola usata è un segno che arrivato a noi dalla lingua viene rimesso in circolo a scontrarsi con il mondo. Viene spinto a fare esperienza del mondo. Fino alla domanda fatidica: “Quali sono state le sue ultime parole?”.

Del titolo o della fine.
La distanza da noi stessi[4] si misura con la morte e con la fine di un segno che resta come cometa a indicare la strada. Morte che è trasformazione, cambiamento seppure estremo, seppure restando sempre noi stessi. Le tracce delle rughe sono spostamenti nel tempo che riflettono spostamenti nello spazio: impossibile decidere a quale spazio si prenda per buono. A furia di andare da qualche parte, però, si può dimenticare di fare una visita a se stessi. Leggete questo libro-taccuino per concedervi il lusso di una visita a voi stessi. E se vi troverete a vostro agio allora potrete continuarlo, scrivendo i paragrafi non scritti, aggiungendo note e citazioni, solo per continuarvi. Per essere segni e trovare le misure per le vostre distanze.

Alessandro Chidichimo







[1] Il libro delle interrogazioni, cura e postfazione di Gianni Scalia, introduzione di Massimo Cacciari, traduzione di Chiara Rebellato, Casale Monferrato, Casa Editrice Marietti, Biblioteca “In Forma di Parole”, 1985 // Ed. orig.: Le Livre des Questions, Paris, Editions Gallimard, 1963
[2]  Questo testo è stato redatto in anni lontani come prefazione a un breve saggio di Massimo Celani, intitolato Come mai all’improvviso tutte queste rughe. La distanza da noi stessi. Uno scritto soggetto a rinvii continui, mai ultimato e mai dato alle stampe. Forse perché vi si annidava un’idea borgesiana di mappa di un impero in scala 1: 1 o – comunque – di “cerchio che non chiude”, che si facesse carico dell’incompiutezza accogliendo l’errore insito nel suo sforzo di praticare un’approssimazione infinita e per maturare coscienza della propria pratica (Francesco Giusti, in SiGma, n.1, 2017). Un fare inevitabilmente soccombente all’effetto Vita di Lenin: ”Con assoluta fedeltà / è rispettato il tempo naturale della vita di Lenin. / Il film dura 54 anni./ Si dovrebbe almeno / rivederlo due volte. (vita di lenin / corrado costa. 1983)
[3] Per gli uomini, secondo il rapporto Istat, la stima è di 80,8 anni (+0,2 sul 2017) mentre per le donne è di 85,2 anni (+0,3). A 65 anni di età la speranza di vita residua è di 19,3 anni per gli uomini (+0,3 sul 2017) e di 22,4 anni per le donne (+0,2).7 feb 2019. Questa nota serve solo a rimarcare la data di avvio di questo testo, che aveva come riferimento i dati Istat del 1993, e che è stato ultimato coi dati del 2019
[4] In Ettore Perrella, Il tempo etico (o la ragione freudiana), Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1986


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