sabato 13 agosto 2022

Così parlò Kamasutra

 

Ou. Riflessioni e provocazioni, volume VI, n.1 ("Groucho Marx. Il Witz come re-inscrizione del limite"), Abramo, 1997


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Così parlò Kamasutra

ovvero, Marx nel terziario avanzato





 

 

O quest’uomo è morto, oppure il mio orologio è fermo

Groucho

 

Dopo di ciò, assoluto totale

Anonimo

 

 

“Non ho nessuna difficoltà a nascondere la verità” - disse l’Amministratore Delegato in un memorabile confronto televisivo coi dipendenti già da qualche anno senza stipendio.

Lo Stesso, pochi mesi prima, aveva minimizzato con nonchalance - “ma quale crisi economica, è solo una momentanea mancanza di liquidità!”. Con lo stesso candido tono di preterizione di Pietro Vanni  (suvvia...erano solo merende !), più o meno nello stesso periodo in cui Michele Greco detto il Papa  si chiedeva “in cosa ho mafiato io ?”.

“Non ho nessuna difficoltà a nascondere la verità” sembrò all’epoca un lapsus, un tradirsi lampante, l’irruzione della verità sulla scena. Atto mancato, discorso riuscito. Colui che lascia in tal modo sfuggire la verità - avrebbe commentato Freud - è in realtà felice di gettare la maschera.

Oggi, col senno di poi, aprés-coup, nachträglich (fingendo - al fine di far bella figura - di attingere al sacro tedesco e dunque mal tradotto testo freudiano, oltre che a quello lacaniano), appare piuttosto un enunciato umoristico, un motto di spirito.

La dinamica lapsus > Witz abita il testo freudiano sin dai tempi familionari. “Come è vero Dio, signor dottore, stavo accanto a Salomon Rothschild e lui mi ha trattato proprio come un suo pari, con modi del tutto familionari.”

Il dubbio mi alberga già dalla giovanile lettura del saggio freudiano sul motto di spirito:

si trattò di creatività di Heine o piuttosto di antenne ben drizzate sull’impadronanza di linguaggio di un anonimo callista e ricevitore del lotto ? Il dubbio era ovviamente piuttosto ingenuo. La testualità non è questione di autore ma di circolazione e di traffico: “essa è ciò che può essere fatto senza che colui che lo fa possa rivendicare su di esso il minimo diritto“ (sto abusando di Blanchot che chiosa le tesi di Eluard sulla poesia involontaria).

 



Che il fattapposta, il come-si-chiama, il parlessere, il manquessere (poiché - santo Lacan - immancabilmente nel linguaggio s’incespica e si manca), resti dopotutto un animale (sul quale il linguaggio è disceso per segnarlo indelebilmente), non determina che quanto segue sia un bestiario. Ché vorrebbe dire stare sulla scia editoriale di chi se l’è cavata fin troppo bene lucrando col moralismo socio (o etno ?) linguistico. E in ogni caso i bestiari non sono che cosa di tutti, anonimi e collettivi best di una poesia sottratta ad ogni appartenenza individuale.

Gli stupidari non sono altro che diari in cui giorno per giorno si annotano sedimenti, precipitati, “dispersioni” e “disseminati” (chimica derridiana), thesaurus di enunciati surdeterminati da parole-tema le quali evidentemente offrono una certa stoffa e nelle quali alcune sillabe possono fare lo sgambetto alle altre (la grazia delle metafore di “stoffa” e di “sgambetto” ovviamente sono di Saussure, Les mots sous les mots).

 

Quanto qui è sedimentato ed offerto è dunque umorismo polifonico di una comunità uditoriale prim’ancora che editoriale, pratica collettiva di slittamento col significante, di chi - abitando il linguaggio e costruendo il mondo con esso - usa servirsi del gioco del significante non per significare qualcosa ma per ingannarci su ciò che ha da significare. Un gioco che pure scivola al senso.


 

Dimentichi di papà Hjelmslev (“la comunità linguistica è libera di introdurre nuovi segni e di abolire segni antichi”), di zio Freud (per il quale ogni atto mancato è un atto perfettamente riuscito) e del nipotone Lacan (“non c’è padronanza”), gli ironici bacchettoni potranno ridacchiare dei sostantivi appiccicati, dei verbi intransitabili più che intransitivi, delle congiunzioni sudaticce e delle forme flesse distese sui binari con intenti suicidi. Ma non è per questo e soprattutto non è per loro - evidentemente duri di comprensorio - questa che Eco definirebbe scorribanda glottogonica. Sintagma misteriosofico che s’impone per potenza evocativa (quel mondo, quel Welt costruito col linguaggio a cui si accennava poc’anzi; quanto al letterale, vada per la scorribanda ma per quel glottogonico ... è lecita l’esclamazione: non ne ho la più squallida idea!).

 

“Raro è quel libro, che non sia un centone / di cose a questo e quel tolte e rapite ...” rappava Salvator Rosa. Qui è da intendere alla lettera e senza marca di negatività. Ma poiché il tono della faccenda resta un poco nel naso, volentieri ridondo: saranno questi e quelli petits rhétoriqueurs helzapoppinoidi, una vispa famigliola di rhétoriciens applicati, alle prese con un grammelot esperantistico, o una mera masnada di rusticoni sul lastrico, con tanto di carotame, cavolame e altro linguistico fastfoodale - così editando, con la scusa di Groucho - da sgombrare ?

So solo che, in quasi dieci anni di esperienza nel terziario feudale, il quartiere abitualmente torsolesco mi apparve dolce di luci.

 

 

 

 

 

Se son fiori fioriranno

ovvero, leggere tra le rime


 

Questa è la scintilla che ha fatto traboccare il vaso

Smettila di fare l’attaccabriglie !

Via San Quasimodo

 

Quanto segue mette in gioco una dinamica poetica. La giusta distanza tra lingua comune e lingua alta, tra il molto al di sopra della medietà e il molto al di sotto. Direbbe Barberi Squarotti che non si può fare poesia se non ironizzandone continuamente la medietà, facendo cioè riferimento costante alla sublimità impossibile, all’eccezionalità ormai vietata.

Ecco la splendida terrestrità - solo apparentemente tautologica - di se son fiori fioriranno  o del sole in bocca (le ore del mattino hanno il). Nella nostra epoca non è più possibile far poesia rispettivamente con la rosa o con l’oro.

Non sfugga - nel primo caso - la citazione del Salmo CIII (Hominis dies sunt similes faeno, sicut flos agri ita florent) e in entrambi i casi la profonda ironia antibucolica, pure presente nella definizione del sempre in agguato molestatore campestre: l’abbracciante agricolo.

Si dispiegano dunque le truppe contro la catacresi, contro la metafora consunta. Tant’è che qualcuno, riferendosi a un processo di consuzione, si spinge a registrare la consunzione della stessa consunzione. Si potrà infatti consuggere con piena soddisfazione dalla scintilla che ha fatto traboccare il vaso. Prova concreta che i vasi infranti della Kabbalà erano e restano pieni di esplosivi. Che vale più quella insipida goccia, surgelata quanto il consunto Bastian (chi era costui?). Il baston contrario suggerisce dunque pure l’evenienza di mettersi sempre tra le ruote.

Sempre sullo stesso versante, segnalo un antonimo che nessun “sinonimi e contrari” potrà mai riportare. Se l’attaccabrighe vuole la rissa, l’attaccabriglie opera - al contrario - per sedare gli animi impetuosi. Ma persino il cheto attaccabriglie non può fare a meno di ribellarsi a quell’insipido aggettivo autoadesivo, a quel pallore da sempre riferito all’idea.

Nei nostri tempi metropolitani, le idee o sono grandi o sono squallide (non ne ho la più squallida idea).

 

 

Le foglie elettroniche

(una versione non ufficiosa)


Il linguaggio dei ciechi: la scrittura Bernoulli

Nell’ottica del dos de

Te la mando per posta celebre

 

Qui si conta di un cortocircuito. Quello della tecnologia, in particolare della koiné informatica - lingua comune ma pure soggetta a rapida obsolescenza, con la poesia come tenuta rispetto al provvisorio. Il lapsus è la fessura attraverso la quale un lampo di soggettualità e di iper-personale irrompe nella glacialità impersonale del linguaggio informatico. Se nella zona temporaneamente autonoma del dos de si può arrivare anche ad interpellare le fotocopiatrici, nelle versioni non ufficiose di Excel (uno dei cosiddetti fogli elettronici più noti e più sexy) è lecito cambiare sesso, realizzando un sogno antico: divenire foglia elettronica. Così evocando tutta un’aria parigina terribilmente autunnale e romantica. Sono forse queste le macchine valorose preconizzate dai futuristi, che non smettono di lottare contro la moneta consunta del grigio (color Olivetti) lessico famigliare. Qui la posta è tanto celere da divenir celebre, i budjet sono volanti e i treni paladini. Il grande stile non è solo eloquenza, forma alta. Come direbbe Beccaria, “la rilassatezza del quotidiano ha, nel piccolo, una sua grandiosa estensione”.

Tra le foglie elettroniche pure s’appresta e s’appalesa un nuovo nume tutelare, aplografo di Laplace e Lapalisse. Ma forse tutto ciò è lapassiano.

 

 

 

 

Teoria degli atti aggiuntivi

ovvero, l’italiano manipoleggiato

 

Chi si crede di essere, la leaderscic?

Quest’errore è da amputare a te

Jacopone da Ortis

 

 

Finiti i tempi delle vacche grasse, quando i creditori s’inalberano e il tribunale dispone il decreto ingiuntivo, quando questi proliferano e si sommano, è con somma precisione che si può parlare di atti aggiuntivi (il che serve a completare l’album dei pignoramenti). Soprattutto se al termine di un lungo periodo in cui l’ingiunto ha lasciato che diversi professoroni si abbeverassero tranquillamente, rappresentando per essi un vero e proprio zampillo più che un semplice zimbello (siamo diventati gli zampilli dell’università). L’effetto di verità è confermato, se ce ne fosse bisogno (giusto per i miscredenti che misconoscono Freud e Lacan) dal professorone già nostro collaboratore - che pure ha dato il suo personale contributo agli atti aggiuntivi - che si trova a sollecitare i rimorsi spesi.

Gli atti aggiuntivi inaugurano una nuova teoria centrata sulla brevilingua di fusione, sulla fusiolescenza ontolinguistica, le cui pratiche sono la tecnopoesia sommariamente descritta nel paragrafo precedente e nella crociata anticatacretica di cui si da qui qualche saggio. La sua portata inaugurale è evidente nell’enunciato proverbiale patti chiari amicia lunga, dove - evidentemente s’è persa la zia per la via (forse si è trattato di una sincope più che di un attacco di apocope). Oppure nella splendida rilettura dell’antico do ut des (nell’ottica del dos de, caso rilevante di glossolalia informatico-religiosa oltre che prodromo di rilancio del grande progetto di un latino sine flexione).

 Non sono forse i tempi, questi nostri, in cui il deus ex machina viene allo scoperto e si mostra per quello che è, un deus magna (così riappropriandosi della maligna divinità vetero-testamentaria) e l’unico dos che si dà è il Disk Operating System ?

Quando gli omini del terziario feudale decidono di prendere la parola, non usano certo occasional words, parole destinate a durare lo spazio di una conversazione o - tantomeno - sintagmi sforbiciati via verso il nulla. Con presa di coscienza post-marxista, ci si accorge di essere oblerati di lavoro. Il lavoro, infatti, non aliena l’essere umano: l’oblera. Quasi l’oblitera, senza farsi obliare.

Il gioco di condensazioni e di spostamenti fondato sulla compiacenza del materiale linguistico,   le caleidoscopiche neo-metafore, l’abuso dell’abusato, la rifondazione di metafore abusate fondano luoghi stabili dove il senso riposa. Umoristiche stazioni di partenza verso il mondo.

 

 

                                                                                                Massimo Celani

 

Con i contributi di Vincenzo Rovella, Armando Bloise, Marina Simonetti, 

Aldo Presta e tantissimi altri

 


Qui e là parole rubacchiate a Jacques Lacan, Carlo Emilio Gadda, Edoardo Sanguineti, Paolo Valesio, Tullio De Mauro, Umberto Eco, Eugenio Montale, W.W. Golombieski, Paolo Albani, Berlinghiero Buonnaroti, Jean-Michel Rey, Alfredo Pirri.

Dedicato agli ex-colleghi del Consorzio per l’Università a Distanza e in particolare al compagno Franco Carravetta,  all’ing. Beniamino Pugliese (per gli amici Mimmo), all’ing. Carmelo Salvino - tutti complici di questo lavoro di cifratura di un’esperienza indimenticabile - che non ci sono più.

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